Il corpo è la mia grande ragione. Esso non dice IO. Esso fa IO. C'è più verità nel corpo che in tutte le religioni e le filosofie della Terra. Siamo una parte della Natura e della Terra. Vivi in sintonia com il tuo corpo e con la tua vita, con la Natura e con la Terra. Tratta tutti gli esseri viventi con rispetto: tra gli esemplari della specie Homo Sapiens Sapiens tratta con rispetto solo quelli che ti trattano con rispetto. Prendi dalla Natura e dalla Terra solo ciò che ti è necessario. Segui sempre i ritmi della Natura. Alzati e ritirati con il sole. Il senso della vita è la vita e non esiste alcuno "senso della vita" al di fuori della vita stessa ERGO chi cerca "il senso della vita" al di fuori del suo corpo e della sua vita è un animale malato che ha perso ogni rapporto con il suo corpo e con la sua vita, con la Natura e con la Terra. AUT AUT O la vita come valore. O il denaro e il profitto come valore. AUT AUT O una società che abbia la vita come valore o una società che abbia il denaro e il profitto come valore. Il corpo è la mia grande ragione. Esso non dice IO. Esso fa IO. C'è più verità nel corpo che in tutte le religioni e le filosofie della Terra. Siamo una parte della Natura e della Terra. Vivi in sintonia com il tuo corpo e con la tua vita, con la Natura e con la Terra. Tratta tutti gli esseri viventi con rispetto: tra gli esemplari della specie Homo Sapiens Sapiens tratta con rispetto solo quelli che ti trattano con rispetto. Prendi dalla Natura e dalla Terra solo ciò che ti è necessario. Segui sempre i ritmi della Natura. Alzati e ritirati con il sole. Il senso della vita è la vita e non esiste alcuno "senso della vita" al di fuori della vita stessa ERGO chi cerca "il senso della vita" al di fuori del suo corpo e della sua vita è un animale malato che ha perso ogni rapporto con il suo corpo e con la sua vita, con la Natura e con la Terra. AUT AUT O la vita come valore. O il denaro e il profitto come valore. AUT AUT O una società che abbia la vita come valore o una società che abbia il denaro e il profitto come valore. Giamba2016 | Il Cannocchiale blog
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"Animale terreno consapevole" e/o "Genus fictus natura et historia" e/o "Io sono una forza del passato solo nella tradizione è il mio amore" sono tre modi diversi di dire la stessa cosa


Cultura identitaria


29 giugno 2018

I proverbi e i detti popolari, che hanno come valore di riferimento la salute del corpo e la qualità della vita, sono derisi e cancellati dalla società dei consumi per diffondere una visione della vita che ha come solo valore il consumo ed il denaro


I proverbi e i detti popolari sono nati dalle esperienze secolari di vita di uomini e donne reali che avevano come valore di riferimento la salute del corpo e la qualità della vita,

ed hanno pertanto in sè una visione realistica della vita e degli esseri umani, che porta a comportamenti sani e naturali, che favoriscono la salute del corpo e migliorano la qualità della vita.

Per questo sono prima derisi e poi cancellati dalla società dei consumi,

che vuole invece diffondere una visione della vita e degli esseri umani non solo irrealistica, ma addirittura folle, delirante e contro natura,

e senza alcun rispetto per la la salute del corpo e la qualità della vita,

che ha come solo valore di riferimento il consumo ed il denaro,

e come solo scopo quello di generare pensieri folli, deliranti e contro natura che abbiano solo il consumo come scopo ed il denaro come valore,

che generino dei comportamenti folli, deliranti e contro natura che abbiano solo il consumo e il procurarsi il denaro necessario per consumare come scopo,

del tutto indifferente al dato di fatto oggettivo che quei comportamenti folli, deliranti e contro natura nuocciono gravemente alla salute del corpo e peggiorano notevolmente la qualità della vita.


Proverbi abruzzesi

“A chije aspette, n’hêre ije ne pare sétte”

A chi aspetta, un'ora glie ne sembrano sette.

L'attesa è sempre pesante, sia se si tratta di buone aspettative, sia se si attendono brutte notizie. Ecco il motivo per cui il tempo non passa mai. Se si attendono cose buone si è ansiosi, se invece si aspettano brutte notizie si vive nell'angoscia e il tempo stenta a trascorrere.
A paijàra vicchie 'nge manghe maije li sêrge.

Nel vecchio pagliaio non mancano mai i topi.

Quando le cose vanno di traverso non mancano mai le circostanze che servano ad aggravare la situazione. Proprio come nel povero e disadorno ripostiglio non mancano questi animali che contribuiscono a rendere più evidente il degrado.

A Sante vicchije ‘nze appicce ‘cchié cannèle.

A Santo vecchio non si accendono più candele.

Se questo era vero nel passato, lo è ancora più oggi in cui si vive di “dipendenze” e di favori. E’ evidente che chi comandava una volta ed ora non comanda più non è tenuto nella stessa considerazione di prima. Oggi infatti non può farci più quei favori che ci faceva quando era ancora in auge. Non si deve dimenticare però che chi si è adoperato per il bene di tutti merita ancora quel rispetto che gli è stato tributato quando era responsabile della cosa pubblica.
Appleche e fa sapêne.

Mettiti all’opera e otterrai il risultato.

La traduzione un po’ arbitraria della frase dialettale è il significato vero del proverbio. Se non si mettono bene le basi, non si riuscirà mai ad avere un risultato soddisfacente.
Attacche l’asene dova vò lu patrêne.

Lega l’asino dove vuole il padrone.

Se si dipende da qualcuno è inutile fare dei ragionamenti superflui. Anche se si è convinti che un certo modo di fare non corrisponde alla giusta norma, se la volontà superiore non è favorevole, non serve recalcitrare e dimostrare il contrario. Allora conviene fare come ci viene richiesto anche se non ne siamo troppo convinti.
Bardisce, hummene e murte ha simbre turte.

Bambini, uomini e morti hanno sempre torto.

E’ risaputo che i bambini hanno sempre torto perché non sono in grado di difendersi e, se qualche volta lo fanno, sono messi subito a tacere. La stessa cosa avviene per gli uomini quando discutono in casa, è facile trovare l’appiglio per dimostrare che quello che dicono o fanno è sbagliato, per cui ha sempre ragione la moglie. I morti poi hanno sempre torto perché non si possono più difendere, non ci sono più. Per questo motivo si prendono tante colpe che non hanno mai commesso. Tanta gente è scagionata da atrocità compiute perché chi avrebbe potuto testimoniare non c’è più e le colpe vanno addossate a chi ormai non si può più difendere.
Cchiù t’abbisse e ‘cchiù lu cule te se scopre.

Più ti abbassi e più ti si scopre il sedere.

Gli antichi erano meno puritani di noi, ma più incisivi. Il proverbio che, in realtà, è poco cristiano, vuol dire che più uno si disprezza, si umilia e più c’è chi ne approfitta. Certo non somiglia all’altro:” l’albero più è alto e più si inchina”.
Chije gere de notte và ‘nghêndre a la morte.

Chi va in giro di notte va incontro alla morte.

Questo proverbio, di moda molti anni fa, dopo un periodo di calma abbastanza lungo, è tornato in auge in questi ultimi tempi. Una volta però erano pochissimi quelli che giravano nelle ore notturne, oggi invece, il numero dei nottambuli si è moltiplicato e, con esso, i rischi che sono diventati anche più caratteristici. Una volta la causa prima degli omicidi notturni e diurni era il vino. Oggi invece sono la droga, la velocità, la spericolatezza le cause di una mortalità notturna sempre più in aumento.
Chije ijoche a lu lotte e spére de vênce, lasse li stracce e peije li cènce.

Chi gioca al lotto e spera di vincere, lascia gli stracci e prende i cenci.

Non mancano quelli che, nella speranza di diventare miliardari, spendono nel gioco più di quello che hanno e rimangono sul lastrico. Passano così da uno stato di indigenza ad uno stato di miseria, aggravando la loro situazione già molto precaria. L’unica sicurezza ci viene da un lavoro stabile e sicuro.
Chije l’arte nen vò ‘mbarà, sberre o frate se ha da fa.

Chi non vuole imparare un mestiere si deve fare o sbirro o frate.

Si vede che una volta le due categorie presentate dovevano essere più facilmente raggiungibili dagli sfaticati o, peggio, dovevano essere tenute in così poca considerazione che qualsiasi altro mestiere veniva ritenuto più importante.
Chije magne prème, magne ‘ddu vodde.

Chi mangia prima, mangia due volte.

Come quando si fa la conta, se esce un numero superiore di uno a quelli che partecipano, il primo viene contato due volte, così, se uno mangia prima, può darsi che, se ne avanza, possa mangiare una seconda volta: La morale del proverbio è questa: iniziare sempre prima per trovarsi avvantaggiato.
Chije negozie cambe, chije fatèije crépe.

Chi negozia campa, chi lavora crepa.

Il lavoro manuale è stato sempre considerato meno redditizio del commercio. Ecco il perché di questo proverbio e il desiderio, specie nel passato, di poter raggiungere il traguardo di un banco di vendita. Oggi non credo che questo desiderio sia cos’ cogente come nel passato perché i supermercati hanno inferto un colpo mancino ai piccoli commercianti che spesso si sono visti costretti a chiudere l’attività.
Chije nen po’ vatte sacche, vatte sacchêtte.

Chi non può infierire sul sacco, infierisce sul sacchetto.

Qualche volta ci si vorrebbe vendicare o si vorrebbe colpire una persona dalla quale noi riteniamo di essere stati danneggiati, ma è troppo in alto per cui, o non ci si può arrivare, o si teme che le conseguenze potrebbero essere ancora più gravi. Allora si cerca di colpire un suo dipendente, o un suo famigliare, o una sua istituzione che non c’entrano proprio per nulla.
Chije péquere se fa, lépe se le magne.

Chi si fa pecora viene mangiato dal lupo.

Nella vita bisogna essere risoluti e consci delle proprie capacità. Chi si schernisce e ha poca fiducia in se stesso, viene sopraffatto dai più furbi.
Chije se vésceche ‘nze annéghe.

Chi si agita non annega.

In mezzo al mare, per non affogare, bisogna saper nuotare o, per lo meno, agitarsi aspettando che qualcuno ti venga a salvare. Così è pure nella vita di ogni uomo. Se non ci si dà da fare, se non ci si muove per riuscire ad avere qualche occupazione o impiego, si corre il rischio di soccombere.
Chije se vregugnò diijunò.

Chi ebbe vergogna fece digiuno.

Molte volte la riservatezza porta brutte conseguenze. Se non si è un po’ sfacciati, può succedere che si è defraudati anche di diritti sacrosanti.
Chije te bbattêzze te è cumbare”.

Chi ti battezza ti è compare.

Il padrino è colui che si prende cura spirituale del bambino che presenta al battesimo. Fuori del particolare riferimento, il proverbio vuol dire: risponde di te chi si interessa di te.
Chije té li quatrène fabbreche, chije nne té desêgne.

Chi ha i soldi fabbrica, chi non ce li ha fa progetti.

Per poter attuare un qualsiasi progetto occorrono possibilità economiche, altrimenti ci si deve limitare a sognare, senza poter realizzare nulla di concreto. Senza mezzi materiali non si possono risolvere problemi pratici.
Coma te prepìre lu ijacce te ce aggìcce.

Come ti prepari il giaciglio ti ci sdrai.

La formulazione classica di questo proverbio è:”Il tuo futuro sarà come te lo vai preparando”. E’ significativa però, nell’espressione dialettale, la figurazione del letto sul quale ci sdraieremo e che sarà come ce lo siamo preparato.
Cunsèije de hélbe, destruziêne de gallène.

Convegni di volpi, distruzione di galline.

E’ risaputo che i peggiori nemici delle galline sono le volpi. Nel nostro caso però il discorso si fa più generico: quando si riuniscono certi consessi, c’è sempre da temere che venga fuori qualche provvedimento che a qualcuno può dispiacere.
Cuscijìnze e quatrène ‘nze sa chije le té.

Coscienza e quattrini non si conosce chi ce li ha.

La coscienza e i soldi sono cose altamente riservate. La coscienza riguarda l’ambito dello spirito e regola tutti i nostri comportamenti, rimane pertanto nel segreto del cuore. I quattrini, poi, non si mettono tanto in mostra per le molte implicazioni che ne possono derivare. Rimangono perciò nascosti e sono difficilmente individuabili.
Daije, daije, daije, la cepêlle devente haije.

Dagli, dagli, dagli, la cipolla diventa aglio.

Non so se ai tempi in cui è stato formulato questo proverbio l’aglio avesse una valenza più grande della cipolla. Comunque, nel nostro caso, si vuole sottintendere che, a furia di insistere, le cose possono essere cambiate in meglio. Del resto, anche Gesù si rifaceva all’insistenza per ottenere le grazie.
Dope che ha successe lu guàije la case s’arembièsce de cunsèije.

Dopo che è successo il guaio la casa si riempie di consigli.

Molte disgrazie si potrebbero evitare se si fosse più prudenti e le cose si esaminassero prima con maggiore attenzione. Purtroppo questo non avviene e, solo dopo che è successo il fattaccio, si pensa a quello che si sarebbe potuto fare. A questo punto molti sono prodighi di suggerimenti che però si sono guardati bene di dare prima che le disavventure si verificassero.

Dope li cumbitte hésce li defitte.

Dopo i confetti escono i difetti.

Questo proverbio non ha soltanto un riferimento matrimoniale, e cioè che, dopo il matrimonio, viene fuori qualche magagna che si è celata prima, ma si riferisce anche ad eventuali intoppi che possono insorgere dopo aver concluso un affare a stipulato un accordo.
Dova nen passe lu frêdde nen passe manghe lu calle.

Dove non entra il freddo, non entra neanche il caldo.

Questa espressione proverbiale diventa spesso un alibi per giustificare certe nostre posizioni non sempre razionali. E’ forse un modo di difendersi da atteggiamenti che vogliono forse emulare i beduini del deserto.
Dova se magne ‘Ddèije ce accumbagne.

Dove si mangia Dio ci accompagna.

Il mangiare è sempre stata una delle attività più ricercate e più piacevoli per l’uomo. E’ evidente che però il proverbio non vuole riferirsi al solo mangiare, ma ad ogni cosa da cui l’uomo può ricavare qualche utile o piacere.
Dova sta tanta ghille ‘nze fà maije ijurne.

Dove stanno tanti galli non si fa mai giorno.

Quando sono in molti ad avere responsabilità di comando e di direzione, spesso non si riesce a risolvere le cose perchè gli ordini possono arrivare in modo disordinato e forse anche contraddittorio per cui difficilmente vanno a buon fine.
E’ ‘cchiù la spêse che la ‘mbrêse.

E’ più la spesa che il ricavato.

Molte volte, per raggiungere dei risultati, si compiono tanti di quei sacrifici che non ne vale la pena. E’ meglio non pretendere mai troppo, anche perchè, spesso rincorriamo dei miraggi che si perdono poi nel nulla.
Fà béne e scurdete, fà male e pènsece.

Fa bene e scordatene, fa male e pensaci.

Questo proverbio universale non poteva mancare nel corredo dei proverbi atriani. Del bene che facciamo dobbiamo scordarci perchè c’è chi ce lo ricorderà a suo tempo. Dobbiamo piuttosto pensare al male fatto per pararne le conseguenze.
Fèije de hatte surge acchiappe.

Il figlio del gatto prende i topi.

Ognuno si comporta come natura detta ed agisce come è nato per fare. Come il gattino impara subito a prendere i topi, così anche noi seguiamo il nostro istinto.
Frèije lu pésce e guarde la hatte.

Friggi il pesce e guarda il gatto.

Il consiglio che viene dato è molto saggio. Quando, infatti, si fanno delle cose delicate e impegnative non bisogna mai perdere di vista l'avversario che potrebbe approfittare di una nostra svista per trarne il suo tornaconto.
Genta trèste, ‘nnumenate e vèste.

La gente cattiva appare appena se ne parla.

Può accadere che mentre stiamo parlando male di una persona, questa appaia all’improvviso ed allora facciamo la battuta molto scherzosamente.
Ha ijète a cercà grazie e ha truvate ijustèzie.

E’ andato a trovare grazia e ha trovato giustizia.

Alle volte succede che, avendo sbagliato qualche cosa, si cerca di correre ai ripari invocando pietà presso i responsabili, senonchè può accadere che, nella circostanza, possano affiorare dei particolari che, invece di favorire la soluzione, ne aggravi invece le conseguenze.
Ije te dèce harre e tu t’aggicce.

Io ti dico di andare avanti e tu ti sdrai.

“Harre”, era il termine classico per incitare gli asini, in particolare, ad accelerare il passo. Il proverbio si usava per incitare, sia l’operaio, sia il garzone, quando il lavoro intrapreso non lo si portava a termine con la voluta celerità.
Ijétte la préte e annaschênne la mane.

Butta la pietra e nasconde la mano.

Ci sono alcuni i quali buttano fuori dei giudizi che poi cercano di minimizzare adducendo dei pretesti incongrui. Non hanno il coraggio di esprimere pienamente il loro pensiero e allora cercano di nasconderlo facendo supporre che si tratta di giudizi espressi dagli altri.
L’acque che ‘nne ha piovete ‘n cile sta.

L’acqua che non è piovuta sta ancora in cielo.

Il proverbio deve essere interpretato con criterio perchè non vuol dire con assolutezza che quello che non è accaduto dovrà accadere, ma se qualcosa deve avvenire e ritarda a realizzarsi, sicuramente accadrà. Nulla quindi che dia corpo alla fatalità.
L’arte de tate è mézze ‘mbarate.

L’arte del padre, in parte, è imparata.

E’ evidente che si tratta di mestieri e non di professioni. A furia di stare assieme al padre, il figlio del falegname, o dell’idraulico, o del muratore, senza particolari insegnamenti acquisisce delle nozioni tali che gli consentono di associarsi al padre nel lavoro. Non allo stesso modo e con la stessa facilità, il figlio del medico, o dell’avvocato riesce ad apprendere la professione paterna.

La cire se fréghe e la prucessiêne nen cammène.

La cera si consuma e la processione non cammina.

Molte volte piuttosto che risolvere un problema con una certa sollecitudine, si perde tempo in chiacchiere inutili. Il tempo passa, la situazione si aggrava e si resta fermi forse perchè non si trova una soluzione ottimale.
La gallène féte l’ove e lu galle strèlle.

La gallina fa l’uovo e il gallo strilla.

Quante volte succede che chi fa opere egregie e se ne sta in disparte, viene surclassato dal furbo che se ne serve per rivendicarne i meriti. Può darsi anche che uno soffre e l’altro ne approfitta per prendersene il beneficio.

La hanghe manté la cianghe.

La mandibola sostiene la gamba.

Si tratta di uno di quei proverbi che bisognerebbe lasciare così come sono enunciati perchè qualsiasi traduzione li rovina. Il significato d’altronde è molto semplice: se non ci si nutre a sufficienza non si ha la forza di camminare.
La ijérva cattève nen more maije.

L’erba cattiva non muore mai.

Come i poveri, così anche i cattivi li avremo sempre con noi. La cattiveria, se non nasce con l’uomo, la si acquisisce nel corso della vita per tanti motivi tra i più disparati. Come c’è sempre zizzania in mezzo al buon grano così ci saranno sempre cattivi in mezzo ai buoni.
La raije de la matène aremèttele pè la sêre e la raije de la sêre arepénnele pè la matène.

La rabbia del mattino rimettila per la sera e la rabbia della sera rimettila per la mattina.

Far decantare l'ira nel tempo. Col passare delle ore, tutto si ridimensiona.
La rota hênte ‘nnè strèlle.

La ruota lubrificata non cigola.

Nel periodo di tangentopoli che stiamo vivendo, questo proverbio è di grande attualità. E’ notorio che quando un tizio deve ricevere un favore offre una contropartita, grande o piccola che sia a seconda dell’importanza del favore, questo perchè sia più agevole l’apertura della “porta”. L’espressione proverbiale che ha secoli di vita ci fa ben capire che tangentopoli è esistita da sempre.
La ‘rrobbe de l’avarêne se le sfrésce lu sciampagnêne.

La roba dell’avaro la sperpera il prodigo.

Questo avviene soprattutto quando un figlio spendaccione e sconsiderato dilapida in breve il patrimonio che il padre ha accumulato in tanti anni di fatiche e di sacrifici. Quando il denaro non lo si è guadagnato, non lo si considera. Ognuno deve conoscere il costo del benessere per apprezzarlo a sufficienza.
La ‘rrobbe de lu ‘rriffe e ‘rraffe se ne va ‘nghe lu ‘zziffe e ‘zzaffe.

Il frutto dell’intrallazzo se ne va con lo spreco.

I termini intraducibili del proverbio si capiscono facilmente nel contesto della frase. Ciò che si conquista illecitamente altrettanto illecitamente si consuma. Tutto ciò che non è frutto di lavoro dura poco.
La supérbije ijò a cavalle e arevènne a ‘ppéte.

La superbia andò a cavallo e tornò a piedi.

La superbia tende ad amplificare le proprie capacità e a valorizzare impropriamente i propri meriti. Il tutto però, dovrà essere sottoposto a verifica per dimostrare se i fatti corrispondono alla verità. Allora veramente, se si è esagerato, si correrà il rischio di fare una brutta figura.
La troppa cumbedénze fa perde la criànze.

La troppa confidenza fa perdere la creanza.

Essere democratici è un fatto positivo perchè non ci si deve distaccare e allontanare dai meno dotati. Qualche volta però c’è chi ne approfitta e dimentica che ci sono dei limiti che non si devono oltrepassare e sono i limiti determinati dall’educazione e dalle buone maniere.
L’hìsene lèteche e li varèle se sfasce.

Gli asini litigano e i barili si sfasciano.

Quante volte assistiamo a dei litigi che non giovano a nessuno e sono semplicemente pretestuosi, però fan sempre male a qualcuno. Immaginate due genitori che litigano tra di loro e le conseguenze che ne possono derivare ai figli.
L’hommene veziêse de tabbacche, va a l’imberne e se porte la pèppe.

L’uomo vizioso di tabacco, và all’inferno e si porta la pipa.

ll proverbio vuol far capire quanto sia forte lo stimolo che deriva dall’abitudine viziosa perchè, in realtà, è più imperiosa la spinta verso il male che viene dal vizio, che non la spinta verso il bene che viene dalla virtù.
L’ucchije de lu patrêne ‘ngrasse lu cavalle.

L’occhio del padrone ingrassa il cavallo.

Se si vuole che le cose vadano bene ciascuno se le deve controllare personalmente. Le “deleghe”, molte volte, si risolvono a favore dei “delegati”.
Li cucce rétte và simbre ‘n gere pè la case.

I cocci rotti vanno sempre in giro per la casa.

Il proverbio si usa per chi, ormai anziano e mal ridotto per gli acciacchi sempre in aumento, si lamenta perchè sente che ormai la vita sta per abbandonarlo. Però, come i cocci che in casa sono più usurati vengono trattati con più riguardo perchè non si rompano definitivamente, così chi avverte difetti evidenti si cura più facilmente e campa più a lungo.
Li guaije de la pignate le sà la cucchiare.

I guai della pentola li conosce il mestolo.

Quasi mai le situazioni precarie di una famiglia trapelano al di fuori della casa. Molto spesso vengono falsate. Solo chi vive all’interno riesce a calcolarne la gravità nella sua interezza.
Li parinde è ‘ndé li scarpe, ‘cchiù è strètte e ‘cchiù fà dulè.

I parenti sono come le scarpe, più sono stretti e più fanno male.

Per fortuna questo fenomeno non avviene con molta frequenza, però può succedere che le più grosse delusioni possano essere procurate dalle persone più care.
Lu ‘cchiù pulète té la rêgne.

Il più pulito ha la rogna.

La rogna è una malattia della pelle molto fastidiosa. Per una curiosità posso aggiungere che ha vari appellativi e, mi dicono, che in un ospedale militare gli appellativi variavano a seconda del grado di chi ne era colpito: per un soldato semplice, si trattava di rogna, per un sottufficiale si trattava di scabbia, per un ufficiale invece, si trattava di prurito alla pelle. Il proverbio vuol far risaltare che in questo mondo tutti hanno un difetto, e la rogna sarebbe il meno grave.
Lu cotte sopra lu vullète.

Il cotto sul bollito.

Alcune volte ad una disgrazia da cui si è stati colpiti vengono ad aggiungersene altre. Si tratta di una catena che potrebbe essere spiegata col detto “una ciliegia tira l’altra”. In questo caso la situazione si complica e diventa sempre più grave.
Lu pianta grane ijétte la préte e annaschênne la mane.

Il piantagrane butta la pietra e nasconde la mano.

Chi vuol seminare zizzania cerca di fare di tutto per non farsene accorgere. Cade allora a proposito questo proverbio che vuol farci comprendere come il malvagio cerca di fare di tutto perchè nessuno se ne accorga.

Lu rècche fa ‘ndà vò, lu puverélle fa ‘ndà pò.

Il ricco fa come vuole, il povero fa come può.

Il proverbio è, purtroppo, di una evidenza solare. Chi ha tante possibilità ha modo di scegliere, chi ne ha poche si deve accontentare di quello che ha. D'altronde c'è l'altro detto che dice: Chi si contenta gode.
Lu vene ‘bbone se vênne senza frasche.

Il vino buono si vende senza frasca.

Questo proverbio dovrebbe essere una degna risposta alla nostra epoca in cui vige il principio che la pubblicità è l’anima del commercio. La rèclame fa vendere anche articoli meno buoni. Il prodotto, invece, si deve affermare da sè.
Lu vove desse curnéte all’asene.

Il bue disse cornuto all’asino.

Ognuno di noi ha i suoi difetti, ma non li vede perchè, come disse Esopo nella favola, Giove ha posto i difetti nostri dietro le nostre spalle e i difetti degli altri davanti. Allora succede che si attribuiscono agli altri le manchevolezze che si riscontrano in noi.

Màgnete ‘ssà menéstre o zùmpete ‘ssà fenéstre.

Mangiati quella minestra o salta quella finestra.

Questa espressione era pronunciata quando si presentavano situazioni che non consentivano alternative di sorta. O si fa così oppure avviene l'irreparabile. E' evidente che minestra e finestra non hanno niente a che vedere con il detto, ma si prestano molto bene per rendere evidente la tragicità della situazione.
Maije mazzate ha fatte bon cane.

Mai le percosse hanno ben educato un cane.

Spiegando un altro proverbio abbiamo già parlato di una educazione imposta con le punizioni corporali. Queste, piuttosto che educare, irritano il soggetto che ne trae perciò più danni che benefici.
Maije raije d’asene saijò ‘n Cile.

Mai raglio d’asino salì in Cielo.

In Cielo salgono le preghiere e le invocazioni dei buoni e degli umili. Mai imprecazioni ed invettive possono colpire Dio. Il proverbio si riferisce soprattutto all’invocazione rivolta a Dio perchè faccia capitare qualche male al prossimo.
Mazze e panélle fà li fèije ‘bbélle.

Mazze e panini fanno i figli belli.

Questo proverbio oggi non è più alla moda. I pedagogisti moderni, e non soltanto loro, reagiscono, nonostante anche la Bibbia dica:”Non parcas virgae – non risparmiare la verga”. Certo non bisogna esagerare, ma se qualche ragazzo avesse ricevuto qualche punizione in più oggi forse non sarebbe uno scapestrato o un drogato.
Mbare l’arte e mèttele da parte.

Impara un mestiere e mettilo da parte.

Non si sa mai quello che può succedere nella vita, per cui non è male, se si ha l’occasione, imparare a fare qualcosa che al momento potrebbe non servire. A un certo punto, può essere utile avere appreso ciò che si riteneva superfluo, ma che sempre può servire. Male che vada, un hobby o un secondo lavoro, possono essere molto distensivi nella vita.
Me sò ijète a fà la Crêce e me sò cacciate l’ucchije.

Mi sono fatto il segno della Croce e mi sono cavato un occhio.

Molte volte ci si impegna con buona volontà per risolvere delle situazioni in senso positivo, ma l’operazione non riesce, anzi può darsi che si complica in modo grave. Le buone intenzioni non sempre riescono a far risolvere i problemi.
Mêije, marète e feije coma ‘Ddeije te le dà te le peije.

Moglie, marito e figli come Dio te li da te li pigli.

Una volta si era più disposti a sopportare situazioni che venivano a verificarsi nella vita, ora non più. Oggi, specialmente per quel che riguarda moglie e marito, c’è chi risolve le cose al di fuori della volontà di Dio.
Miije a magnà poche e stà vicène a lu foche.

Meglio mangiar poco e stare vicino al fuoco.

Certe volte, per guadagnare di più, si accettano impegni di lavoro in località lontane dalla propria casa. Non si pensa che forse si dovranno affrontare maggiori spese e pericoli che frustreranno il maggior guadagno auspicato. Ed allora la saggezza del proverbio ci invita a guadagnare di meno e stare vicino a casa.
Miije la morte dêntre a la case che nu Marchisciane arréte a la porte.

Meglio la morte in casa che un Marchigiano dietro la porta.

Questo proverbio risente sicuramente della tradizione storica e geografica che vedeva i Marchigiani cittadini dello Stato Pontificio e gli Abruzzesi, invece, di quello Borbonico. Forse c’era anche qualche attrito per la diversità di carattere che poteva esserci tra gli abitanti delle due regioni confinanti.
Miije li pinne ‘n curène che li pinne dêntre la tène.

Meglio tenere i panni al vento che non dentro il mastello.

Si dice di situazioni precarie in cui è meglio prendere delle decisioni poco favorevoli piuttosto che andare incontro a risultati catastrofici. Come appunto è meglio esporre i panni al rischio del vento che li può portare via o sgualcire piuttosto che non vederli marcire nell’umidità del mastello.
Miije l’ove huije che la gallène dumane.

Meglio l’uovo oggi che la gallina domani.

Assicurarsi un successo subito, anche se limitato, è sempre stata l’ambizione di tutti. Chi ci assicura che, rinunciando al poco, sicuro, di oggi otterremo il molto, incerto, di domani? E allora accontentiamoci del poco, ma certo, rinunciando al molto, ma incerto.
Miije sêle che male accumbagnate.

Meglio soli che in cattiva compagnia.

Questo proverbio è quanto mai vero. Se è inequivocabile che la compagnia sia importante per l’uomo, è altrettanto importante che la compagnia sia indovinata. Molte volte si fanno delle cattive esperienze per cui non bisogna farsi adescare dal primo che si presenta, ci vuole tempo e bisogna tenere gli occhi ben aperti per raggiungere una certa sicurezza. Altrimenti si dà credito all’altro proverbio che dice “quande ha successe lu guaije, la case se arembiesce de cunsèije”.
Morte ze Culérie ‘nze fa ‘cchiù pignate.

Morto zio Aurelio non si fanno più pignatte.

Si vede che Aurelio doveva essere un figulino che lavorava la creta per fare cocci da cucina. Probabilmente doveva essere l’unico che faceva questo mestiere se alla sua morte non ci sarebbero state più pentole. Carenza di artigiani anche a quell’epoca! Può anche significare però che non finisce il mondo se qualcuno viene a mancare.
’Ncarèscete ferre cà tinghe n’ache da vênne.

O ferro aumenta di prezzo perchè ho un ago da vendere.

E’ risaputo che le nostre cose le consideriamo più importanti delle cose degli altri, mentre se vendiamo o compriamo, il prezzo della vendita è considerato sempre più scarso di quello dell’acquisto. E’ doveroso invece da parte nostra, dare alle cose il loro giusto valore indipendentemente dal fatto che siano di nostra proprietà o di proprietà degli altri. L’egoismo non è certamente la migliore dote dell’uomo.

’Ncumbagnèije piijò la mêije pére lu frate.

In compagnia prese la moglie anche il frate.

Quando si è insieme si è capaci di fare qualunque cosa, anche ciò che da soli non si sarebbe mai fatto. Questo significa che l’emulazione, in bene o in male, è contagiosa. Perciò bisogna essere guardinghi per evitare, sia la troppa confidenza, sia l’uso esagerato degli eccitanti.
Ne sà ‘cchié lu patète che lu sapéte.

Conosce più i problemi colui che li ha sofferti che non colui che li ha solo conosciuti.

Chi ha esperienza diretta di una situazione che ha sofferto, certamente ne sa di più di colui che l’ha semplicemente conosciuta. La pratica, come sempre, val più della teoria.
Nen hésce nu spose sénza lète, nen hésce nu morte sénza rète.
Non esce uno sposo senza una lite, non esce un morto senza una risata.

Spesso succede che, in occasione di un matrimonio, si accenda una lite che può derivare anche da qualche spartizione ritenuta ingiusta. Così pure può succedere che, per qualche motivo che può venire anche all'improvviso, si rida in occasione di un funerale. La morale del proverbio è che, sia nei momenti lieti che nei momenti tristi, può insorgere comicità come pure tristezza.
N‘ghe cent'anne de speziarèije, ‘ndi ‘mbarate a légge manghe na ricétte.

Con cento anni di spezieria non hai imparato a leggere neanche una ricetta.

La speziarèije era l'attuale farmacia e il farmacista si chiamava lu speziàle. Ad aiutare il farmacista c'erano dei giovani i quali, però, non avevano alcun titolo. Si usava questo detto quando qualcuno mostrava di non sapere certe cose che invece avrebbe dovuto conoscere o per esperienza personale o per ragioni particolari.

’Nze pò tenê lu varèle piene e la mêije ‘mbrijìche.

Non si può avere il barile pieno e la moglie ubriaca.

Non si può fare uso di una cosa senza che essa si consumi.
Nu pare de rêcchie ‘bbùne sì quanta lêngue stracche.

Un paio di orecchie buone sai quante lingue stanca.

C’è chi ama parlare ed allora per non contristarlo bisogna dargli la sensazione che lo si ascolti con interesse. Ma è altrettanto vero che c’è chi fa orecchio da mercante ed allora fa intendere che presta attenzione vivissima a chi lo ammonisce o lo riprende per comportamenti non sempre corretti, ma in realtà non ne tiene conto.
Nu patre pò campà cénte fèije, cénte fèije nen pò campà nu patre.

Un padre può sostentare cento figli, cento figli non riescono a sostentare un padre.

Più che un proverbio possiamo dire che si tratta di una amara constatazione. Dipenderà forse dall'attaccamento che il padre ha verso i figli e dal disinteresse che i figli nutrono verso il padre?
O cotte o créte lu foche l’ha vedéte.

O cotto o crudo il fuoco però l’ha visto.

Non sempre le cose riescono come si vorrebbe con esattezza. Si vorrebbe che tutto funzionasse alla perfezione, ma ciò non sempre è possibile ed allora qualche volta bisogna accontentarsi delle buone intenzioni.
Passe l’angele e dece ammén.

Passi l’angelo e dica: così sia.

Questa espressione si usa quando si augura un buon successo a chi si trova in qualche seria difficoltà. E’ allora che ci si augura che passi l’angelo e faccia realizzare quanto auspicato.
Peccate e ‘ddìbbete chije le fa le paghe.

Peccati e debiti chi li fa li paga.

Ognuno di noi ha le sue pendenze che possono essere di carattere materiale o spirituale e ciascuno le deve soddisfare. Se sono materiali, come i debiti, devono essere pagati; se sono invece spirituali, come i peccati, devono essere perdonati e scontati. Si tratta di cose che non sono delegabili perchè strettamente personali.
Povere a chije se more cà chije cambe se cunzòle.

Povero chi muore perchè chi vive si consola.

E’ una triste realtà che però è alla base della sopravvivenza umana. La morte è una perdita e un dolore per tutti però il tempo lentamente cancella la memoria e la vita riprende inesorabilmente. Se non fosse così, la vita si fermerebbe e noi staremmo sempre a piangere.
Pridde, mammène e pulle nen é maije satùlle.

Preti, levatrici e polli non sono mai sazi.

Che i polli siano ingordi è risaputo, li vediamo sempre intenti a spiluccare per terra, non si vede però, perchè siano stati associati a loro preti e levatrici. Forse, nel passato, avranno fatto registrare anch’essi alcuni stimoli che hanno attestato una loro particolare voracità.
Quande de core nen me vé, n’accedénte a chije me le fa fà.

Quando non mi viene dal cuore, un accidenti a chi me lo fa fare.

Quando i nostri impegni li assolviamo volentieri tutto procede a meraviglia, quando invece c’è l’imposizione di mezzo, allora il nostro comportamento cambia fino al punto di imprecare contro chi ce l’impone. Le cose fatte per costrizione non sono mai piacevoli.
Quande la hatte ‘nne arrève a lu larde, dèce ca è ràngeche.

Quando il gatto non arriva al lardo dice che è rancido.

E' un pò come l'uva acerba della volpe. Quando una persona non può raggiungere uno scopo, non sempre è disposta ad ammetterlo ed allora prende una scusa per non fare brutta figura.
Quande lu diavele te accarêzze, vò l’alme.

Quando il diavolo ti accarezza vuole l’anima.

Guardati da chi ti lusinga ! Se qualcuno ti fa molte moine e molti elogi, devi dubitare perché, sicuramente, si ripromette di avere qualcosa da te. Gli adulatori sono una brutta razza: sono pronti a rimangiarsi quello che hanno esternato, se non riescono a raggiungere lo scopo che si erano prefisso.Proverbi abruzzesi
Quande ‘nge sta la gatte, li sérge abballe.

Quando non c’è il gatto, i topi ballano.

Avete mai sentito il chiasso che si verifica in una classe quando esce l’insegnante? Lo stesso avviene dovunque quando manca la sorveglianza. Tutti approfittano per fare i propri comodi.
Quêlle che nen và pè trame, và pè stêse.

Quello che non va per trama, va per stesa.

In un pezzo di stoffa che una volta le nostre donne tessevano al telaio, la trama e la stesa rappresentavano la parte trasversale e la parte longitudinale della tela. Tutte e due però, facevano parte dello stesso ordito. Nel proverbio si vuole intendere che in un affare tutto si risolve bene, sia se si va per un verso, sia se si va per un altro verso perchè ambedue fanno parte della stessa realtà.
Quelle che vèta vète, quelle che sinda sinde, se vu fà ’bbéne nè arecundà maije ninde.

Quello che vedi vedi, quello che senti senti, se vuoi far bene non raccontar mai niente.

Questa è una massima molto saggia che ci evidenzia quanto fosse grande la saggezza dei nostri antenati. Non impicciarsi nei fatti degli altri è il segreto di vivere in pace con tutti.
San Magne ha nate prème de Crèste.

San Magno è nato prima di Cristo.

E’ evidente che qui il Santo non c’entra per niente, c’è soltanto il riferimento al mangiare che vuol dire: intrallazzo, bustarella. In poche parole, il mondo è stato sempre così, è inutile che ci meravigliamo tanto e facciamo gli scandalizzati quasi che tangentopoli fosse una scoperta di Di Pietro; prima di Cristo c’erano gli stessi mangioni di oggi.

Se vù cambà cunténte arechiudete déntre a nu cumménte.

Se vuoi vivere contento rinchiuditi dentro un convento.

Chi si rinchiude in un convento evita sicuramente certe occasioni, anche se va incontro ad altre situazioni non sempre desiderabili. Il proverbio potrebbe far pensare più ad una smobilitazione che ad un incontro sereno con le realtà della vita.
Sò coma lu setacce, coma me fì t’arefacce.

Sono come il setaccio, come mi fai ti rifaccio.

Siamo in pieno paganesimo, quando vigeva la pena del taglione: occhio per occhio dente per dente; Cristo invece ci dice che bisogna perdonare, e ce ne dà l’esempio.
Sotte a stu ‘mbrélle, ‘nge nêngue e ‘nge piove.

Sotto quest’ombrello non ci nevica e non ci piove.

Questo proverbio veniva accompagnato con dei gesti. Si poneva la mano sinistra rivolta a terra e, contro di essa, si metteva un dito della mano destra, come a formare un ombrello. Si usava quando si era ricevuto qualche torto e si era disposti a contraccambiare.
Sparagne e cumbaresce.

Risparmia e fa bella figura.

Quante volte per fare un regalo si spendono tanti soldi temendo di non incontrare il gradimento di chi lo riceve. Non sempre però, la qualità e la quantità vanno d’accordo col gradimento stesso. Spesso basta saper scegliere con semplicità per incontrare un successo insperato e, per giunta, si risparmia.
Sta ‘bbone Rocche, sta ‘bbone tutta la rocche.

Sta bene Rocco, sta bene tutto il resto.

Il proverbio è espressione del più squisito egoismo. L’interesse personale è quello che conta, per cui non importa quel che succede agli altri purchè stia bene il soggetto interessato. Se sta bene lui, stanno bene tutti. Siamo molto lontani dal “fare agli altri quello che vorresti fosse fatto a te.
Tante che la paijàre bruscie ascallêmece li mane.

Giacchè il pagliaio brucia, riscaldiamoci le mani.

Questo proverbio è molto sottile e ci vuol far capire che, quando succede qualcosa di imprevedibile e di irreparabile, dobbiamo cercare di trarne almeno il minimo vantaggio.
Tê ‘nghe li trênghe, ije ‘nghe la paije, foche fì, foche facce.

Tu con i tronchi, io con la paglia, fuoco fai, fuoco faccio.

La problematica di questo proverbio riguarda il contrasto sempre più attuale tra ricchi e poveri. I ricchi hanno più mezzi per vivere, i poveri ne hanno meno. Però, per gli imperscrutabili disegni della Divina Provvidenza, tutti sopravvivono. E allora il significato del proverbio è molto semplice e chiaro, al di là della esemplificazione del fuoco: tu con possibilità maggiori, io con minori possibilità, continuiamo a vivere entrambi.
Tère a cchije vèdde e coije a cchije nen vèdde.

Tira a chi vide e colpisce chi non vide.

A chi parla senza troppa riflessione può capitare di rivolgersi ad una persona mentre ne colpisce un’altra. I particolari talvolta sono talmente superficiali da prestarsi a tali equivoci. Bisogna perciò stare attenti a ben precisare le cose.
Ucchije che nen vète, core che nen desèdere.

Occhio che non vede, cuore che non desidera.

La cosa che non si conosce non si brama. Come si potrebbe, infatti, desiderare ciò di cui non si conosce l’esistenza? Ma il proverbio ha un significato più recondito ed è questo: se non volete che altri appetiscano le vostre cose cercate di non farle conoscere così non correte alcun rischio.
Vale ‘cchié a nasce sotte a na ‘bbona hêre che essere fèije de gran signêre.

Vale più nascere sotto una buona stella che essere figlio di un gran signore.

Sicuramente il significato riguarda più il successo personale che non la semplice sopravvivenza. Se è vero, infatti, che il figlio di un gran signore non morirà mai di fame, è altrettanto vero che, per avere successo nella vita, ci vuole qualcosa di più e di diverso.
Vale ‘cchié na tumbire tra magge e abbrèle che nu carre d’ore e chije le tère.

Vale più un acquazzone tra maggio e aprile che un carro d’oro e chi lo tira.

Per far capire l’importanza della pioggia nei mesi di aprile e di maggio, il proverbio usa una dicitura per lo meno esagerata. E’ certamente chiaro che un carro d’oro e i relativi buoi che lo trainano valgono molto più di un raccolto, anche straordinario, di qualsiasi prodotto agricolo.
Vénga tarde e vénga ‘bbone.

Venga tardi e venga bene.

Quante volte siamo ansiosi perchè le cose non si risolvono a tempo debito e ci fanno attendere forse anche troppo. Non dimentichiamo che c’è l’altro proverbio che dice:”la gatta furiosa fa i gattini ciechi”. Meglio attendere un pò se quest’attesa ci porterà dei risultati più soddisfacenti.
Vète mandì sta canne, canne mandì sta vète.

Vite sorreggi questa canna, canna sorreggi questa vite.

Proverbi romaneschi 

Er cane mozzica sempre a ‘o stracciarolo (Il cane morde sempre il poveraccio)

L’amore nunn’è bbello si nunn’è litigarello.

Vale più un bicchiere de Frascati, che tutta l’acqua der Tevere.

Perdonà è dda omo, scordassene è dda bbestia (Il perdono è degli uomini, l’oblio è delle bestie)

Chi c’ha er pane, nun c’ha li denti e chi c’ha li denti nun c’ha er pane.

Con affetto e sentimento, meno te vedo e mejo me sento.

A Roma pe’ fa fortuna ce vonno tre d, donne, denari e diavolo.

A Roma Iddio nun è trino, ma quattrino.

Magna bene, caca forte e nun avè paura dela morte.

Morto ‘n papa se ne fa un antro.

Va in piazza e pija consijo, antorna a casa e ffa come te pare (Vai in piazza e ascolta ciò che ti dicono, dopo torna a casa e fai di testa tua)

Vale ppiù la bbona riputazione che ttutto l’oro der monno.

Ognuno co’ ‘a farina sua ce fa li gnocchi che je pare.

Voi fatte ama’? Fatte sospirà.

Fra Modesto non fu mai Priore (Chi è umile non farà mai carriera)

Er libbro der perché sta sotto er culo de Pasquino (Il libro della verità è sotto il sedere di Pasquino, ovvero non è ancora stato stampato)

Le donne cianno er pianto ‘n saccoccia (Le donne hanno le lacrime facili)

Se er vino nu lo reggi, l’uva magnatela a chicchi.

Se te vede la morte, se gratta (Hai la fama di iettatore)

Er monno l’aregge Iddio, la croce l’areggo io (Il mondo lo regge Dio, la croce la porto io)

Chi c’ha i quattrini nun c’ha mai torto.

Se invece der vitello te danno er mulo …. tu magna statte zitto e vaffanculo! (Consiglio per reagire alle truffe)

Anni e bbicchieri de vino nun se conteno mai! (Anni e bicchieri di vino non si contano mai)

Sinistra e destra è tutta ‘na minestra.

La sora Camilla, tutti la vonno e nissuno la pija. (Quando una donna dice di avere tanti spasimanti, ma nessuno se la sposa)

Porta aperta pè chi porta, chi nun porta parta pure.

E’ mejo avecce cento cani a le coste, che na spina ar culo. (E’ meglio avere cento cani alle costole, che uno scocciatore)

L’onore e la salute nun se venneno in spezieria. (L’onore e la salute non si vendono al mercato)

Li quattrini sò come la rena, na soffiata e voleno. (I soldi sono come la sabbia: un colpo di vento e volano)

Er core de le donne è fatto a limoncello, ù spicchio a questo e a quello. (Il cuore della donna è come un limone: uno spicchio a questo e uno a quello)

Mejo svejasse cor culo gelato che co’ ‘n gelato ar culo (Non fidarti mai di chi non conosci bene)

Cor contento, lingua ar vento. (Spesso quando si è di buon umore si dicono tante cose superflue)

Noi romani l’aria der menefrego l’avemo avuta concessa da Cristo (Noi romani l’arte del me ne frego l’abbiamo avuta in dono da Gesù)

Li bbirboni co’ li bbirboni vanno d’accordo.

L’asino quanno raja, cià appitito; l’omo, quanno gira, è innamorato; la donna quanno canta, vò marito. (L’asino quando raglia ha appetito, l’uomo quando gira è innamorato, la donna quando canta vuole marito)

Li mejo bocconi sò der coco (I bocconi migliori sono del cuoco)

Gira e rigira er cetriolo va sempre ‘nculo all’ortolano.

A ttutto c’è arimedio fora ch’a la morte.

Chi nun sa ffinge nun sa regnà.

Poco e gnente j’è parente. (Poco e nulla sono parenti)

Lassa perde la serva, si poi arivà a la padrona. (Lascia perdere la serva se puoi arrivare alla padrona)

Cent’anni de pianti, nun pagheno un sòrdo de debiti (Cent’anni di pianti non pagano un soldo di debiti)

Li parenti der papa diventeno presto cardinali.

Quann’è giornata de pijallo ‘nculo er vento te solleva la camicia. (Quando la giornata nasce storta ci sarà qualcosa che la agevoli affinché resti tale)

E donne so’ mejo a letto che ar chilo (Le donne sono meglio all’etto che al chilo. Gioco di parole con “etto” e “letto”)

Male nun fa, paura nun avé.

Fa bene e scordate, fa male e penzace (Fai del bene e dimentica, fai del male e tienilo sempre in mente)

Ce stanno du tipi de donna: le zoccole e le pure. Le zoccole, so zoccole; le pure, pure.

Chi se china troppo fa’ vede er culo.

Dar tett’in giù se vede, dar tett’in su la fede. (dal tetto in giù si vede, dal tetto in su è invece necessaria la fede)

Pregamo er Padreterno che istate sii d’istate e inverno sii d’inverno

Bruno bbruno, tanto per uno (Quando si fa una spesa in società si paga alla romana: tanto a testa)

Moje che se ggira ar fischio, p’er marito è solo rischio (Moglie che si gira al fischio, per il marito è solo un rischio)

A l’omo de poco faje accenne er foco (Un uomo che vale poco può solo accendere il fuoco)

È mejo corto che attappa che lungo che sciacqua.

Chi lavora fa la gobba, chi nun lavora fa la robba! (Chi lavora fa la gobba, chi non lavora ruba!)

Se lavora pe’ campà, nun se campa pe’ lavorà.

Er più pulito cià ‘a rogna (Nessuno può dire di essere un individuo completamente esente da peccati)

Quanno te sveji co’ quattro palle, er nemico è alle spalle (Quando ti svegli con quattro palle, il nemico è dietro di te)

La donna è come la castagna: bella de fora e drento la magagna.

Si Roma c’avesse er porto Napoli sarebbe ‘n orto (Se Roma avesse il Porto, Napoli sarebbe in miseria)

Fidasse è bbene, nun fidasse è mmejo (Fidarsi va bene, ma non fidarsi è meglio)

Fìdate de la vorpe e der tasso, ma nun te fida’ della donna dar culo basso

Fra ccani nun se mozzicheno (Cane e cane non si mordono)

‘gni maravija dura tre giorni.

Fa’ der bene all’asini che ce ricevi i carci in panza (A far del bene agli asini si ricevono calci nella pancia)

Faccia roscia, panza moscia (Viso arrossato e timido – pancia vuota)

Pe’ cconsolasse abbasta guardasse addietro (Per rincuorarsi basta guardare chi sta paggio di noi)

Pe conosce bene ‘a famija, prima ‘a madre e poi ‘a fija (Per conoscere bene la famiglia, prima la madre e poi la figlia)

Chi tte loda in faccia te dice male dedietro a le spalle.

Er monno è ffatto a scarpette, chi se le caccia e chi se le mette (Il mondo è come le scarpe, chi le toglie e chi le calza)

Er pane de casa stufa (Le cose abituali stancano)

Quello che nun strozza ‘ngrassa (Ciò che non uccide fa vivere)

Sacco voto nun s’aregge dritto (Sacco vuoto non rimane in piedi)

Non sputà in celo che te ricasca ‘n bocca (Non sputare in cielo perché ti torna indietro)

T’hanno beccato cor sorcio ‘n bocca. (Ti hanno colto in flagrante)

Bellezza nun trova porte chiuse.

Piano merlo che la fratta è lunga (Vai piano che la strada è lunga)

Chi alleva un fijo l’alleva matto, chi alleva un porco l’alleva grasso (Chi alleva un figlio l’alleva matto, chi alleva un maiale lo alleva grasso)

Chi ppiù strilla, cià ppiù raggione.

Se mi nonno ciaveva le rote era ‘na cariola. (Commento sarcastico relativo ad una situazione difficile a verificarsi)

Se mi nonno ciaveva le rote era un tramvai.

Se mi nonno ciaveva cinque palle era ‘n flipper.

Chi stupido nasce, stupido ha da mori’.

Chi disse donna disse danno. Je dimo noi a lloro e lloro a nnoi.

Chi disse omo disse malanno.

Chi du bocche bacia una ne schifa (Chi bacia due bocche, di una prova disgusto)

La mano ch’arigala è ar de sopra de quella che riceve.

Chi cerca ajuto, ar più trova consijio.

Mejo che la pansa mia crepi che la bbontà de Ddio se sprechi (Meglio che la pancia scoppi piuttosto che la bontà di Dio venga sprecata)

‘Na mela fracica ne guasta cento bbone (Un frutto marcio ne guasta cento sani)

‘Ndove nun c’è er guadambio, la remissione è ccerta (Dove non c’è guadagno la perdita è certa)

Quanno te dice male mozzicheno pure ‘e pecore (Quando le cose vanno male anche le pecore mordono)

Roma fu fatta un po’ pe’ vorta (Roma è stata costruita un poco per volta)

Fidete der ricco impoverito e nun te fidà der povero arricchito.

Mbè? Mbè fanno le pecore, e il lupo se le magna.

In tempi de guera, ogni buco è ‘na trincea (In tempo di guerra qualsiasi anfratto va bene come riparo)

In tempo de carestia, ogni buco è galleria (In tempo di crisi anche le cose più piccole hanno un grande valore)

In tera de cechi, beato chi c’ha ‘n occhio (Dove tutti sono ciechi è fortunato chi ha un occhio solo)

Te fai come l’antichi che se magnaveno le cocce e buttaveno li fichi (Tu fai come gli antichi che se mangiavano le bucce buttavano li fichi)

Troppi galli a cantà, nun se fa mai giorno (Troppa gente a parlare, non si fanno mai i fatti)

Omo de panza, omo de sostanza (Uomo robusto, uomo forte)

L’omo senza la pansa è come er celo senza e stelle.

Chi magna e caga sta come ‘n papa.

Chi llassa la via vecchia pe’ la nova, mala via trova.

L’amico bottegaro te fa er prezzo sempre più caro.

Chi mena pe’ pprimo mena du’ vorte (Chi picchia per primo picchia due volte)

Chi nasce tonno nun po’ mori’ quadro (Chi nasce tondo non può morire quadro)

Chi s’inchina troppo, mette in mostra er culo.

Chi sparte c’ha la mejo parte (Chi divide le parti si riserva la migliore per lui)

Chi tte fa più de mamma, o tte finge o tt’inganna (Chi ti dà più di tua madre, o finge o vuole ingannarti)

Dentro ‘a bbotte piccola ce sta er vino bono, ma ‘n quella grossa ce ne sta de più.

Donna che move l’anca si ‘n’è mignotta poco ce manca.

Donna de quarant’anni buttela ar fiume co’ tutti li panni.

Me dici ‘a rotonda… e dimme er Panteon che nun te capisco (Mi chiedi la rotonda; ma chiamalo Pantheon, altrimenti non comprendo)

Mejo avé i carzoni rotti ‘n culo, che er culo rotto dentro li carzoni.

Mejo puzzà de vino che d’acqua santa.

Mejo esse’ amato che ttemuto.

L’unica cosa bella de Milano è er treno pe’ Roma.

Li romani parleno male, ma penseno bbene.

Mejo faccia tosta, che panza moscia (Meglio fare la faccia tosta che avere la pancia vuota)

Li sordi che ariveno co’ er trallarallà se ne rivanno cor lallerallero (Il denaro proveniente da facili guadagni altrettanto repentino andrà via)

Li sordi so’ come li dolori. Chi cellà se li tiene (I soldi sono come i malanni, chi ce l’ha se li tiene)

Fatte er nome e va’ a rubbà (Una volta fatto un buon nome, poi si può andare a rubare)

Sempre bbene nun po’ anna’, ssempre male nemmeno.

A sapé fa’ la scena, quarcosa se ruspa (A saper fare la scena qualcosa si mangia)

Basta esse donna pe’ avé er segreto de falli beve e cojonalli tutti

Amico de tutti e de gnisuno è tutt’uno (Amico con tutti o con nessuno è la stessa cosa)

Mejo povero onorato che ricco sputtanato (Meglio essere povero e stimato che ricco e screditato)

Li peccati de mastro Paolo li piagne mastro Pietro (Le colpe di uno le sconta un altro)

L’occhio vo’ la parte sua, fora che li cazzotti (L’occhio vuole la sua parte, tranne i pugni)

Omo de vino nun vale ‘n quatrino (L’uomo che si ubriaca non vale nulla)

Nun se buggera er cantaro (Non si truffa l’imbroglione)

Nun se rubba a casa dei ladri.

Panza piena, nun pensa a panza vota (Il sazio non crede al digiuno)

Pe’ cconosce ‘na bona pezza ce vo’ un bravo mercante (Per riconoscere il pregio di una stoffa ci vuole un bravo mercante)

L’omo, pe’ esse omo, a ‘dda puzzà (L’uomo per essere tale deve emanare cattivo odore)

Dopo i quaranta nun se fischia e nun se canta.

L’ora de oggi, nun è quella de domani.

A chi jè rode er culo jè puzza er dito de merda

A chi tocca nun se ‘ngrugna (A chi tocca non si inquieti)

Chi ffa li conti senza l’oste, li rifà ddu’ vorte

Mejo dolor de bborsa che dolor de core (Meglio soffrire per il portafoglio che per amore)

Chi ggioca a llotto in ruvina va de botto

C’entra perché ce cape (Ci entra perché si ficca)

Chi caca su la neve poi se scopre.

Chi cià è, chi nun cià nun è.

A incazzatte fai du’ fatiche: te incazzi te scazzi (Ad inquietarti lavori due volte, quando ti arrabbi e quando ti calmi)

A la fija de la vorpe nun je se ‘nsegna ‘a tana (Alla furba figlia della volpe c’è poco da insegnare)

Acqua passata nun macina più (Acqua passata non torna più indietro)

All’arbero der fico nun ce pò nasce a persica (Sulla pianta del fico non può nascere una pesca)

Mejo faccia tosta, che pansa moscia.

Ad Anagni si nun porti nun magni! (Ad Anagni se non porti da mangiare non mangi. Anagni è il luogo dei

Chi è bella se vede, chi è bona se sa.

Stai a cazzo dritto che piove fregna.

L’amore è come l’ova: è bono quanno è fresco.

Quanno la bocca magna e er culo renne, in culo alle medicine e a chi le venne (Quando c’è appetito e l’intestino funziona, si può fare a meno delle medicine e di chi le vende)

Quann’è vvizzio nun è ppeccato (Quando è vizio non è peccato)

Quanno er diavolo te lecca è ssegno che vvo’ l’anima (Quanto il diavolo ti accarezza è segno che vuole la tua anima)

Piscia a lletto e ddice ch’ha ssudato (Fa la pipì a letto e poi dice che ha sudato)

Chi vva ppe’ frega’ aresta fregato (Chi va per fregare resta fregato lui stesso)

Tutti galantommini ma la robba m’amanca (Tutti gentiluomini ma le cose poi mancano)

In gioventù er casino, in vecchiaia Cristo e vino (Da giovani scapestrati, da vecchi rinsaviti)

Gallina che nun becca è ssegno ch’ha beccato (Gallina che non mangia è segno che ha già mangiato)

Giovine ozioso, vecchio bbisognoso (Chi non fa nulla da giovane, domani sarà un vecchio indigente)

A vorte pure ‘e purci c’hanno ‘a tosse (A volte anche gli esseri insignificanti fanno la voce grossa)

Amore, tosse e rogna nun s’annisconneno (Amore, tosse e rogna non possono essere celate)

Lo malo entra a chigli, esce a once.

A li muli no ji sta reto, a li matti stai lontano. (Ai muli non stare dietro, dai matti stai lontano)

Botta sparata e lepre scappata nun s’arichiappeno più (Quando il colpo è stato sparato e la lepre è fuggita, si perde sia il colpo che la lepre)

Nu’ spoja’ ‘n artare pe’ vestinne un antro (Non spogliare un altare per vestirne un altro)

Si nun sei re, nun fa’ legge nova e lassa er monno come se trova (Se non sei re non fare nuove leggi e lascia il mondo come si trova)

Cià lasciato co’ na scarpa e ‘na ciavatta (Siamo stati abbandonati in una condizione tutt’altro che favorevole e molto fastidiosa)

Su li gusti nun ce se sputa (I gusti sono gusti, de gustibus non disputandum est)

Francia o Spagna, basta che se magna. (Da qualche parte si deve pur mangiare)

Tata e mmamma nun campeno sempre (La tata e la mamma non vivono in eterno)

Piove o nun piove er papa magna (Qualsiasi cosa accada il ricco mangia sempre)

Er bisogno fa ffa’ dde tutto (Lo stato di bisogno fa fare qualsiasi cosa)

Tutte le strade porteno a Roma (Tutte le strade portano a Roma)

Si moro e poi arinasco prego Dio de famme rinasce a Roma mia (Se muoio e poi rinasco prego il Signore di farmi rinascere nella mia Roma.




permalink | inviato da _Giamba_ il 29/6/2018 alle 18:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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Chi crede avvelena anche te ! Digli di smettere !
Il virus Rousseau
Nativi americani
Buffoni di corte
Ezra Pound
Mio figlio è un uomo di successo ! Mi dispiace signora...
Arguti cialtroni
La televisiun la t'endormenta come un cujun
La società umana o è patriarcale o non è
Totò
Vaticano S.P.A.
Pantelleria
Ma l'Italia è in grado di dare nutrimento a tutti 'sti immigrati ?
Habere non haberi
Teste di prete
Apologia dello stronzo
Don Matteo Renzie: il pretino democristiano
Luigi Pirandello
Julius Evola
Sub specie aeternitatis
Mass media e manipolazione

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Il corpo è la mia grande ragione.

Esso non dice IO.

Esso fa IO.

C'è più verità nel corpo

che in tutte le religioni e le filosofie

della Terra.

L'unica realtà che esiste è l'individuo.

La cosiddetta "comunità" 

è un'invenzione di ricchi e potenti,

ed è sempre e comunque una mafia,

creata per annichilire gli individui,

omologarli in un gregge

e portarli tutti insieme a tosare

per far lana per il padrone.

 

 

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