Vivete da animali terreni consapevoli. In sintonia con il corpo e con la vita, con la Natura e con la Terra. Vivete da animali terreni consapevoli. Consapevoli di essere un fenomeno naturale ed una parte della Natura e della Terra, come tutti gli altri esseri viventi. Vivete da animali terreni consapevoli. Consapevoli della realtà naturale della vita e della morte, della naturale precarietà dell' esistenza e dell' assoluta estraneità degli altri. Vivete da animali terreni consapevoli. Seguite sempre i ritmi della Natura e della Terra e prendete dalla Natura e dalla Terra solo ciò che vi è necessario, consumando solo ciò di cui il vostro corpo ha bisogno per stare bene: cibo e acqua q.b., aria pura da respirare, una sana attività fisica e sessuale, un’ esistenza legata ai ritmi circadiani, otto ore per notte di sonno. Vivete da animali terreni consapevoli. Il corpo è la grande ragione. Esso non dice IO. Esso fa IO. C'è più verità nel corpo che in tutte le religioni e le filosofie della Terra. Vivete da animali terreni consapevoli. Trattate tutti gli esseri viventi con rispetto. Tra gli esemplari della specie Homo Sapiens trattate con rispetto solo quelli che trattano con rispetto voi e tutti gli esseri viventi. Vivete da animali terreni consapevoli. Il senso della vita è la vita e non esiste alcun "senso della vita" al di fuori della vita stessa. Vivete da animali terreni consapevoli. AUT AUT. O la Vita, la Natura e la Terra come valore. O il denaro e il profitto come valore. AUT AUT. O una società sana che ha la Vita, la Natura e la Terra come valore, che tuteli la Vita, la Natura e la Terra. O una società malata che ha il denaro e il profitto come valore, che distruggerà la Vita, la Natura e la Terra. Il mondo è composto da elementi che non si creano e non si distruggono e si riaggregano sempre nella stessa maniera... | Giamba2016 | Il Cannocchiale blog
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"Animale terreno consapevole" e/o "Genus fictus natura et historia" e/o "Io sono una forza del passato solo nella tradizione è il mio amore" sono tre modi diversi di dire la stessa cosa


Diario


14 gennaio 2020

Il mondo è composto da elementi che non si creano e non si distruggono e si riaggregano sempre nella stessa maniera...


ERGO

questa vita
come tu ora la vivi e l’hai vissuta
dovrai viverla ancora una volta
e ancora innumerevoli volte
e non ci sarà in essa mai niente di nuovo
ma ogni dolore e ogni piacere
e ogni pensiero e sospiro
e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita
dovrà fare ritorno a te
e tutte nella stessa sequenza e successione
e così pure questo ragno
e questo lume di luna tra i rami
e così pure questo attimo e io stesso.

L’eterna clessidra dell’esistenza
viene sempre di nuovo capovolta
e tu con essa granello della polvere.

L'eterno ritorno dell'uguale
è l'idea più orribile dell’universo
l’intollerabile incubo mentale
dell'eterna ripetizione
senza alcun senso e senza alcun fine
che ha il suo senso solo in se stessa
nel suo eterno ripetersi
e nel suo eterno ritornare.

AMOR FATI
è la formula per la grandezza dell'uomo
non volere nulla di diverso
né dietro né davanti a sé
per tutta l'eternità

AMOR FATI
trasforma l'idea più orribile dell’universo
l'eterno ritorno dell' uguale
l’intollerabile incubo mentale
dell'eterna ripetizione
senza alcun senso e senza alcun fine
che ha il suo senso solo in se stessa
nel suo eterno ripetersi
e nel suo eterno ritornare
in un amore gioioso e salubre per l'eternità
in ogni suo aspetto terribile caotico e problematico
in un' occasione di giubilo per il diletto degli uomini
e rende l'uomo ubermensch oltreuomo.

Il pensiero di Nietzsche non è altro che l'intuizione drammatica degli effetti devastanti provocati sulla Natura e sulla Terra dal pensiero dualistico platonico - giudaico - cristiano

e dalla condizione di alienazione da se stesso, dal suo corpo e dalla sua vita, dalla Natura e dalla Terra che esso ha provocato sugli animali della specie Homo Sapiens Sapiens,

trasformando la specie Homo Sapiens Sapiens nell' animale che delira,

ma è anche una proposta di superamento e di soluzione di tutto questo

L' eterno ritorno dell' eguale di Nietzsche, a guardar bene, non è altro che la consapevolezza del'eterno ripetersi della Natura e dei suoi fenomeni, prodotti da sempre dalle stessi leggi naturali, senza alcun senso e senza alcun fine, perchè la Natura ha il suo senso solo in se stessa nel suo eterno riotrno, nel suo eterno ripetersi,

che è per moltissimi esemplari della specie Homo Sapiens Sapiens, come scrive Nietzsche, l'idea più orribile dell’universo, un intollerabile incubo mentale che li angoscia,

perchè la consapevolezza dell' eterno ritrono dell' uguale, dell'eterna ripetizione della Natura, senza alcun senso e senza alcun fine, che ha il suo senso solo in se stessa nel suo eterno ripetersi,

è nel contempo, per ogni esemplare della specie Homo Sapien Sapiens, la consapevolezza che egli è solo e soltanto una piccola parte della Natura ed un fenomeno naturale, che nasce, vive e muore per semplice manifestazione della Natura,

quindi è consapevolezza della realtà naturale della vita, della morte, della naturale precarietà dell' esistenza e e' assoluta estraneità ed indfifferenza degli altri,

che genera angoscia.

Il delirio del dualismo platonico - giudaico - cristiano non è altro che un patetico tentativo operato dagli esemplari della specie Homo Sapiens Sapiens di superare quella consapevolezza, che li angoscia,

dell' eterno ritorno dell' eguale, dell'eterno ripetersi della Natura e dei suoi fenomeni, prodotti da sempre dalle stessi leggi naturali, senza alcun senso e senza alcun fine, perchè la Natura ha il suo senso solo in se stessa nel suo eterno ripetersi,

che è anche, per ogni esemplare della specie Homo Sapiens Sapiens, consapevolezza che egli è solo e soltanto una piccola parte della Natura ed un fenomeno naturale, che nasce, vive e muore per semplice manifestazione della Natura,

che è anche, per ogni esemplare della specie Homo Sapiens Sapiens, consapevolezza della realtà naturale della vita, della morte, della naturale precarietà dell' esistenza e dell' assoluta estraneità ed indfifferenza degli altri.

Gli esemplari della specie Homo Sapiens Sapiens, con il dualismo platonico - giudaico - cristiano, si inventano un presunto ed ipotetico Mondo Ideale parallelo a quello reale della Natura e della Terra, di cui il mondo reale della Natura e della Terra , che è naturalmente il solo che esiste, sarebbe solo un' immagine ed una rappresentazione,

semplicemente perchè il mondo reale della Natura e della Terra, che è naturalmente il solo che esiste, è il mondo dell' eterno ritorno dell' eguale, dell'eterno ripetersi della Natura e dei suoi fenomeni, prodotti da sempre dalle stessi leggi naturali, senza alcun senso e senza alcun fine, perchè la Natura ha il suo senso solo in se stessa nel suo eterno ripetersi,

perchè il mondo reale della Natura e della Terra, che è naturalmente il solo che esiste, è il mondo in cui ogni esemplare della specie Homo Sapiens Sapiens è una piccola parte della Natura ed un fenomeno naturale, che nasce, vive e muore per semplice manifestazione della Natura,

perchè il mondo reale della Natura e della Terra, che è naturalmente il solo che esiste, è il mondo in cui ogni esemplare della specie Homo Sapiens Sapiens è legato alla realtà naturale della vita, della morte, della naturale precarietà dell' esistenza e dell' assoluta estraneità ed indfifferenza degli altri.

Gli esemplari della specie Homo Sapiens Sapiens, con il dualismo platonico - giudaico - cristiano, si inventano una presunta ed ipotetica "anima eterna", che concederebbe a quella specie animale, e solo a quella , una presunta ed ipotetica "vita eterna"

per cancellare quella consapevolezza della realtà naturale della vita e dela morte, della naturale recarietà dell' esistenza e dell' assoluta estarneità ed indifferenza degli altri, che angoscia molti esemplari della specie Homo Sapiens Sapiuens,

ma il risultato finale di quel delirio e quello di alienare la specie Homo Sapiens Sapiens dal suo corpo e dalla sua vita, dalla Natura e dalla terra,

trasformando in tal guisa l' Homo Sapiens Sapiens nell' animale che delira di "essere spirito" quindi incaricato, in quanto spirito, di dover forgiare la Natura e la Terra, che sarebbero vile e volgare materia,

come vuole lui, senza tener conto delle leggi della Natura, da cui lui stesso, il suo corpo e la sua vita, il suo nascere, vivere e morire, in quanto parte della Natura e fenomeno naturale, sono una manifestazione,

un delirio che ha generato la distruzione della Natura e della Terra che noi tutti abbiamo sotto gli occhi.
La soluzione sta proprio nell' AMOR FATI proposto da Nietzsche come formula per la grandezza dell'uomo:
accettare l' eterno ritorno dell eguale, non volere nulla di diverso, né dietro né davanti a sé, per tutta l'eternità,

accettare l'eterno ripetersi della Natura e dei suoi fenomeni, prodotti da sempre dalle stessi leggi naturali, senza alcun senso e senza alcun fine, perchè la Natura ha il suo senso solo in se stessa nel suo eterno ripetersi,

accettare la realtà naturale che l' Homo Sapiens Sapiens e una parte della Natura ed un fenomeno naturale,

accettare la realtà naturale che il suo nascere, vivere e morire sono una manifestazione della Natura,

accettare la realtà naturale della vita e della morte, della naturale recarietà dell' esistenza e dell assoluta estranbeitò ed indiferenza degli altri.
In tal guisa la specie Homo Sapiens Sapiens, dopo aver abbandonato il delirio del dualismo platonico - giudaico - cristiano che la fa delirare di "essere spirito" e di essere incaricata e predestinata, in quanto spirito, di dover forgiare la Natura e la Terra, che sarebbero vile e volgare materia,

come vuole lei, senza tener conto delle leggi della Natura,

che è, come è ovvio e comprenbile, un delirio assoluto considerando che la specie Homo Sapiens Sapiens, come tute le specie animali, è parte della Natura e fenomeno naturale,

e che il suo corpo e la sua vita, il suo nascere, vivere e morire, sono una manifestazione della Natura

e tornerà in sintonia con il suo corpo e con la sua vita, con la Natura e con la Terra,

ad agire sulla Natura e nella Terra in modo sano e naturale, rispettando le leggi della Natura.

L’eterno ritorno – Così parlò Zarathustra – La visione e l’enigma

I. Quando tra i marinai si diffuse la voce che Zarathustra era sulla nave, con lui infatti era salito a bordo un uomo che veniva dalle isole Beate, nacque grande curiosità e attesa.

Ma Zarathustra tacque per due giorni, freddo e sordo di melanconia, sì da non rispondere né agli sguardi né alle domande.

Alla sera del secondo giorno, però, egli riaprì le sue orecchie, sebbene tacesse ancora: si potevano infatti udire molte cose insolite e pericolose su questa nave, che veniva da lontano e andava ancor più lontano.

Zarathustra, a sua volta, era un amico di tutti quelli che fanno lunghi viaggi e a cui non piace vivere senza pericolo.

Ed ecco che, a forza di ascoltare, gli si sciolse la lingua e si ruppe il ghiaccio intorno al suo cuore ed allora cominciò a parlare così.

A voi temerari della ricerca e del tentativo, e a chiunque si sia mai imbarcato con ingegnose vele su mari terribili, a voi, ebbri di enigmi e lieti alla luce del crepuscolo, a voi, le cui anime suoni di flauto inducono a perdersi in baratri labirintici:

giacché voi non volete con mano codarda seguir tentoni un filo; e dove siete in grado di indovinare vi è in odio il dedurre, a voi soli racconterò l’enigma che io vidi, la visione del più solitario tra gli uomini.

Cupamente andavo, or non è molto, nel crepuscolo livido di morte, cupo, duro, le labbra serrate.

Non soltanto un sole mi era tramontato.

Un sentiero in salita dispettosa tra sfasciume di pietre, maligno, solitario, cui non si addicevano più né erbe né cespugli: un sentiero di montagna digrignava sotto il dispetto del mio piede.

Muto, incedendo sul ghignante crepitio della ghiaia, calpestando il pietrisco, che lo faceva sdrucciolare: così il mio piede si faceva strada verso l’alto.

Verso l’alto: a dispetto dello spirito che lo traeva in basso, in basso verso abissi, lo spirito di gravità, il mio demonio e nemico capitale.

Verso l’alto: sebbene fosse seduto su di me, metà nano, metà talpa, storpio, storpiante, gocciante piombo nel cavo del mio orecchio, pensieri-gocce-di-piombo nel mio cervello.

“O Zarathustra, sussurrava beffardamente sillabando le parole, tu, pietra filosofale! Hai scagliato te stesso in alto, ma qualsiasi pietra scagliata deve cadere !

O Zarathustra, pietra filosofale, pietra lanciata da fionda, tu che frantumi le stelle ! Hai scagliato te stesso così in alto, ma ogni pietra scagliata deve cadere !

Condannato a te stesso, alla lapidazione di te stesso: o Zarathustra, è vero: tu scagliasti la pietra lontano, ma essa ricadrà su di te !”.

Qui il nano tacque; e ciò durò a lungo.

Il suo tacere però mi opprimeva; e l’essere in due in questo modo è in verità più solitudine che l’essere solo !

Salivo, salivo, sognavo, pensavo: ma tutto mi opprimeva.

Ero come un malato: stremato dal suo tormento atroce, sta per dormire, ma un sogno, più atroce ancora, lo ridesta.

Ma c’è qualcosa che io chiamo coraggio: questo finora ha sempre ammazzato per me ogni scoramento.

Questo coraggio mi impose alfine di fermarmi e dire: “Nano ! O tu ! O io! ”.

Coraggio è infatti la mazza più micidiale, coraggio che assalti: in ogni assalto infatti è squilla di fanfare.

Ma l’uomo è l’animale più coraggioso: perciò egli ha superato tutti gli altri animali.

Allo squillar di fanfare egli ha superato anche tutte le sofferenze; la sofferenza dell’uomo è però, la più profonda di tutte le sofferenze.

Il coraggio ammazza anche la vertigine in prossimità degli abissi: e dove mai l’uomo non si trova vicino ad abissi!

Non è la vista già di per sé un vedere abissi ?

Coraggio è la mazza più micidiale: il coraggio ammazza anche la compassione.

Ma la compassione è l’abisso più fondo: quanto l’uomo affonda la sua vista nella vita, altrettanto l’affonda nel dolore.

Coraggio è però la mazza più micidiale, coraggio che assalti esso ammazza anche la morte, perché dice: “Questo fu la vita ? Orsù ! Da capo !”

Ma in queste parole sono molte squillanti fanfare.

Chi ha orecchi, intenda.

2. “Alt, nano! dissi. O io ! O tu ! Ma di noi due il più forte sono io: tu non conosci il mio pensiero abissale ! Questo tu non potresti sopportarlo!”.

Qui avvenne qualcosa che mi rese più leggero: il nano infatti mi saltò giù dalle spalle, incuriosito !

Si accoccolò davanti a me, su di un sasso.

Ma, proprio dove ci eravamo fermati, era una porta carraia.

“Guarda questa porta carraia nano ! continuai: essa ha due volti. Due sentieri convengono qui: nessuno li ha mai percorsi fino alla fine.

Questa lunga via fino alla porta e all’indietro: dura un’eternità.

E quella lunga via fuori della porta e avanti è un’altra eternità.

Si contraddicono a vicenda, questi sentieri; sbattono la testa l’un contro l’altro: e qui, a questa porta carraia, essi convengono.

In alto sta scritto il nome della porta: “attimo”.

Ma, chi ne percorresse uno dei due sempre più avanti e sempre più lontano: credi tu, nano, che questi sentieri si contraddicano in eterno ?”.

“Tutte le cose diritte mentono, borbottò sprezzante il nano. Ogni verità è ricurva, il tempo stesso è un circolo”.

“Tu, spirito di gravità ! dissi io incollerito non prendere la cosa troppo alla leggera! O ti lascio accovacciato dove ti trovi, sciancato, e sono io che ti ho portato in alto !

Guarda, continuai, questo attimo !

Da questa porta carraia che si chiama attimo, comincia all’indietro una via lunga, eterna: dietro di noi è un’eternità.

Ognuna delle cose che possono camminare, non dovrà forse avere già percorso una volta questa via ?

Non dovrà ognuna delle cose che possono accadere, già essere accaduta, fatta, trascorsa una volta ?

E se tutto è già esistito, che pensi, o nano, di questo attimo ?

Non deve anche questa porta carraia esserci già stata ?

E tutte le cose non sono forse annodate saldamente l’una all’altra, in modo tale che questo attìmo trae dietro di sé tutte le cose avvenire ?

Dunque anche se stesso?

Infatti ognuna delle cose che può camminare anche in questa lunga via al di fuori deve camminare ancora una volta !

E questo ragno che indugia strisciando al chiaro di luna, e persino questo chiaro di luna e io e te bisbiglianti a questa porta, di cose eterne bisbiglianti non dobbiamo tutti esserci stati un’altra volta ?

E ritornare a camminare in quell’altra via al di fuori, davanti a noi, in questa lunga orrida via, non dobbiamo ritornare in eterno ?”.

Così parlavo, sempre più flebile: perché avevo paura dei miei stessi pensieri e dei miei pensieri reconditi.

E improvvisamente, ecco, udii un cane ululare.

Non avevo già udito una volta un cane ululare così ?

Il mio pensiero corse all’indietro.

Sì ! Quand’ero bambino, in infanzia remota: allora udii un cane ululare così. E lo vidi anche, il pelo irto, la testa all’insù, tremebondo, nel più fondo silenzio di mezzanotte, quando anche i cani credono agli spettri: tanto che ne ebbi pietà.

Proprio allora la luna piena, in un silenzio di morte, saliva sulla casa, proprio allora si era fermata, una sfera incandescente, tacita, sul tetto piatto, come su roba altrui: ciò aveva inorridito il cane: perché i cani credono ai ladri e agli spettri.

E ora, sentendo di nuovo ululare a quel modo, fui ancora una volta preso da pietà.

Ma dov’era il nano ? E la porta ? E il ragno ? E tutto quel bisbigliare ? Stavo sognando ? Mi ero svegliato ?

D’un tratto mi trovai in mezzo a orridi macigni, solo, desolato, al più desolato dei chiari di luna.

Ma qui giaceva un uomo !

E proprio qui il cane, che saltava, col pelo irto, guaiolante, adesso mi vide accorrere e allora ululò di nuovo, urlò.

Avevo mai sentito prima un cane urlare aiuto a quel modo ?

E davvero ciò che vidi non l’avevo mai visto.

Vidi un giovane pastore rotolarsi, soffocato, convulso, stravolto in viso, cui un greve serpente nero penzolava dalla bocca.

Avevo mai visto tanto schifo e livido raccapriccio dipinto su di un volto ?

Forse, mentre dormiva, il serpente gli era strisciato dentro le fauci e lì si era abbarbicato mordendo.

La mia mano tirò con forza il serpente, tirava e tirava invano, non riusciva a strappare il serpente dalle fauci.

Allora un grido mi sfuggì dalla bocca: “Mordi ! Mordi ! Staccagli il capo ! Mordi !”, così gridò da dentro di me il mio orrore, il mio odio, il mio schifo, la mia pietà, tutto quanto in me buono o cattivo, gridava da dentro di me, fuso in un sol grido.

Voi uomini arditi che mi circondate !

Voi dediti alla ricerca e al tentativo, e chiunque tra di voi si sia mai imbarcato con vele ingegnose per mari inesplorati !

Voi che amate gli enigmi !

Sciogliete dunque l’enigma che io allora contemplai, interpretatemi la visione del più solitario tra gli uomini !

Giacché era una visione e una previsione: che cosa vidi allora per similitudine ?

E chi è colui che un giorno non potrà non venire ?

Chi è il pastore, cui il serpente strisciò in tal modo entro le fauci ?

Chi è l’uomo, cui le più grevi e le più nere fra le cose strisceranno nelle fauci ?

Il pastore, poi, morse così come gli consigliava il mio grido: e morse bene !

Lontano da sé sputò la testa del serpente; e balzò in piedi.

Non più pastore, non più uomo, un trasformato, un circonfuso di luce, che rideva !

Mai prima al mondo aveva riso un uomo come lui rise !

Oh, fratelli, udii un riso che non era di uomo, e ora mi consuma una sete, un desiderio nostalgico, che mai si placa.

La nostalgia di questo riso mi consuma: come sopporto di vivere ancora !

Come sopporterei di morire ora !

Così parlò Zarathustra.





L'uroboro o uroburo o uroboros o ouroboros
è un simbolo molto antico
presente in molti popoli e in diverse epoche.

Rappresenta un serpente o un drago che si morde la coda
formando un cerchio senza inizio né fine.

Apparentemente immobile
ma in eterno movimento
rappresenta il potere che divora e rigenera se stesso
l'energia universale che si consuma e si rinnova di continuo
la natura ciclica delle cose
che ricominciano dall'inizio
dopo aver raggiunto la propria fine.

Simboleggia quindi l'unità
la totalità del tutto l'infinito l'eternità,
il tempo ciclico l'eterno ritorno
l'immortalità e la perfezione.

Un chiaro riferimento a questo simbolo
è il "serpente" di cui scrive Nietzsche
in Così parlò Zarathustra.

Un'aquila volteggiava in larghi circoli per l'aria
ad essa era appeso un serpente
non come una preda
ma come un amico
le stava infatti inanellato al collo.

L'aquila è il superuomo
il serpente è il tempo come "eterno ritorno"
che per il superuomo
non è un ostacolo alla sua volontà di potenza
ma l'esaltazione della sua volontà di potenza
perchè è proprio l' AMOR FATI,
l'accettazione dell' eterno ritorno,
il non volere nulla di diverso,
né dietro né davanti a sé, per tutta l'eternità
che rende l' uomo unbermensch oltreuomo.




permalink | inviato da _Giamba_ il 14/1/2020 alle 18:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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